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In ogni secolo, filosofi e artisti hanno fornito definizioni del bello; grazie alle loro testimonianze è così possibile ricostruire una storia delle idee estetiche attraverso i tempi. Diversamente è accaduto col brutto. Il più delle volte si è definito il brutto in opposizione al bello ma a esso non sono state quasi mai dedicate trattazioni distese, bensì accenni parentetici e marginali. Pertanto se una storia della bellezza può avvalersi di un’ampia serie di testimonianze teoriche (dalle quali si può dedurre il gusto di una data epoca), una storia della bruttezza dovrà per lo più andare a cercare i propri documenti nelle rappresentazioni visive o verbali di cose o persone in qualche modo intese come “brutte”. Se esaminiamo i sinonimi di “bello”e “brutto”, si vede che mentre è ritenuto bello ciò che è carino, piacevole, attraente, gradevole, è brutto ciò che è repellente, orrendo, schifoso, sgradevole, grottesco. La sensibilità del parlante comune rileva che , mentre per tutti i sinonimi di “bello” si potrebbe concepire una reazione di apprezzamento disinteressato, per quasi tutti quelli di “brutto” è sempre implicita una reazione di disgusto, se non di violenta repulsione, orrore o spavento. E, parlando di brutto artistico, ricordiamo che quasi tutte le teorie estetiche, almeno dalla Grecia ai giorni nostri, è stato riconosciuto che qualsiasi forma di bruttezza può essere redenta da una fedele ed efficace rappresentazione artistica. Nella rappresentazione classica del nudo risiedeva anche un’ispirazione religiosa: l’immagine di un corpo perfetto era certamente la più gradita agli dèi, e in quella essi si riconoscevano. Così, gli atleti e i guerrieri dotati di corpi perfetti erano privilegiati, in quanto vicini alla divinità e dunque superiori agli altri. Secondo tale concezione, il brutto è l’antitesi del bello, in quanto emblema di disarmonia. Il brutto è quindi il risultato di una mancanza, di una alterazione o addirittura di una deviazione. Se però svincoliamo l’idea di bellezza dall’estetica classicistica, queste categorie saltano. Per esempio: ci può essere bellezza nel dolore, nella sofferenza, nella morte? Secondo il sentire cristiano, sì: perché l’imperfezione è propria della dimensione umana, così come il dolore è insito nella vita di ciascuno di noi. Il cristianesimo ha proposto una diversa dimensione etica della bellezza, riconducendola alla sfera della verità. Cristo fu spesso rappresentato nel momento massimo della sua umiliazione.

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  • 158, Viale dei Mille, Valverde, Cesenatico, Unione Rubicone e mare, Forlì-Cesena, Emilia-Romagna, 47042, Italië

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